Carmen D’Antonino

Il Molise come spazio di visione e di futuro

Intervista concessa a Vilma Bieniek per ANITART — settembre 2026

Storica e critica d’arte, curatrice e professionista dei beni culturali, Carmen D’Antonino opera nel Molise con una visione che rifiuta l’idea di una cultura periferica. Alla guida dello Spazio Arte Petrecca di Isernia e presidente dell’associazione Me.MO. Cantieri Culturali APS, unisce curatela, progettazione espositiva, didattica museale e valorizzazione del territorio.

Il suo lavoro attraversa linguaggi diversi — dalla pittura alla scultura, dalla ceramica alla videoarte — e mette in relazione artisti, comunità, memoria e paesaggio. In progetti come Artisti al Borgo 2.0 e TerraCielo, la tradizione artigianale, la natura e il patrimonio locale non vengono trattati come reliquie del passato, ma come materia viva, capace di generare nuove forme e nuovi dialoghi.

In questa intervista per ANITART, Carmen D’Antonino riflette sul regionalismo come possibilità culturale, sul rapporto tra curatela e comunità e sul ruolo delle donne nel panorama artistico contemporaneo.

1. Spesso il regionalismo viene interpretato come chiusura o marginalità. Nella sua esperienza, può invece diventare una forza culturale e un punto di partenza per dialogare con il mondo?

Per me il regionalismo diventa una forza quando non è una difesa identitaria, ma una consapevolezza del luogo da cui si parla. Lavorare da dieci anni in Molise mi ha insegnato che la dimensione locale non coincide con la marginalità: può essere un osservatorio privilegiato, capace di leggere trasformazioni che nei grandi centri restano meno visibili. Un territorio piccolo custodisce relazioni, memorie e pratiche ancora vive; il compito della curatela è metterle in dialogo con linguaggi contemporanei e questioni universali. Partire dal Molise, quindi, non significa restare confinati nel Molise. Significa portare nel confronto nazionale e internazionale uno sguardo situato, riconoscibile e autentico. Credo che il dialogo con il mondo sia più fertile quando nasce da radici conosciute, ma non idealizzate.

2. Che cosa significa oggi curare arte contemporanea a partire dal Molise? Quali narrazioni, memorie e patrimoni del territorio ritiene più urgente rendere visibili?

La mia formazione nasce dallo studio del patrimonio storico: mi sono laureata in storia dell’arte medievale e mi sono specializzata in storia dell’arte moderna. Proprio a partire da queste radici mi sono avvicinata all’arte contemporanea nella mia regione, con il desiderio di creare connessioni tra il luogo in cui vivo e gli artisti emergenti che possono abitarlo, attraversarlo e anche scegliere di trasferirsi qui. Curare arte contemporanea a partire dal Molise significa, per me, lavorare contemporaneamente sull’ascolto e sulla possibilità. Ascolto di un territorio complesso, spesso raccontato attraverso stereotipi o attraverso la retorica dell’assenza; possibilità di costruire nuove letture, senza considerarlo soltanto come scenario. Ritengo urgente rendere visibili le memorie dei paesi e delle comunità, i patrimoni materiali e immateriali, il rapporto con il paesaggio, i saperi artigianali, le trasformazioni sociali, lo spopolamento e le nuove forme dell’abitare. L’arte contemporanea può tenere insieme memoria e presente e aiutare a vedere il Molise non come un territorio limitato o separato dalla società, ma come un’opportunità culturale e creativa.

3. Nei suoi progetti, come Artisti al Borgo 2.0 e TerraCielo, tradizione, paesaggio e arte contemporanea entrano in dialogo. Come si evita che l’identità locale diventi folclore e la si trasforma invece in ricerca viva?

Il primo passo è non trattare la tradizione come un’immagine immobile da esporre. Nei progetti che curo cerco di partire dalla conoscenza reale dei luoghi, dal confronto con chi li abita e dalla libertà di ricerca degli artisti. Tradizione e paesaggio non devono diventare decorazione, ma materia critica: qualcosa da interrogare, rileggere e talvolta anche mettere in discussione. In esperienze come Artisti al Borgo 2.0 e TerraCielo il territorio entra nel processo creativo, non soltanto nel risultato finale. Il dialogo nasce dall’ascolto, dalla permanenza e dagli incontri. Per questo considero fondamentale la presenza dell’arte contemporanea nei piccoli borghi: può creare veri e propri musei a cielo aperto, capaci di mettere in relazione il patrimonio esistente con nuovi linguaggi e di offrire agli artisti emergenti spazi da vivere, non soltanto da utilizzare temporaneamente. Si evita il folclore quando non si cerca un’immagine rassicurante dell’identità, ma se ne accetta la natura plurale, mobile e contemporanea. In questo modo la memoria non viene musealizzata: torna a essere uno strumento per comprendere il presente e immaginare il futuro.

4. Lei unisce curatela, didattica museale, valorizzazione del patrimonio e attività associative. Che cosa cambia quando una mostra non è pensata soltanto per essere vista, ma per creare una relazione con la comunità?

Quando una mostra è pensata per creare relazione, cambia innanzitutto il metodo. La comunità non è più un pubblico da raggiungere alla fine del progetto, ma un interlocutore presente fin dall’inizio. La curatela diventa allora un lavoro di mediazione: tra opere e persone, tra memoria individuale e patrimonio condiviso, tra linguaggi specialistici ed esperienza quotidiana. La didattica museale, in questo senso, non è un’attività accessoria, ma parte integrante del progetto culturale. Una mostra può produrre conoscenza, riconoscimento e senso di appartenenza; può riattivare un luogo e creare occasioni di confronto tra generazioni diverse. Questo richiede tempo, ascolto e continuità, perché la partecipazione non può essere soltanto dichiarata. Per me il risultato più importante non è solo ciò che resta allestito nello spazio espositivo, ma la qualità delle relazioni che il progetto riesce ad attivare e ciò che continua a vivere dopo la sua conclusione.

5. Oggi le donne sono sempre più presenti nella curatela, ma le direzioni artistiche, le istituzioni e il mercato dell’arte restano spesso segnati da strutture maschili. Qual è, secondo lei, il posto della donna nella curatela contemporanea?

La presenza delle donne nella curatela contemporanea è ormai centrale, ma la presenza numerica non coincide automaticamente con una reale parità di accesso al potere, alle risorse e ai ruoli decisionali. Il posto della donna, per me, non deve essere pensato come uno spazio concesso o separato: è pienamente dentro la costruzione dei programmi culturali, delle istituzioni e dei criteri attraverso cui attribuiamo valore all’arte. Le curatrici possono contribuire a mettere in discussione gerarchie consolidate, a riaprire narrazioni escluse e a proporre modelli di lavoro più trasparenti e inclusivi. Tuttavia, sarebbe riduttivo affidare alle donne soltanto i temi della cura o del femminile. La questione riguarda la possibilità di esercitare autorevolezza in ogni ambito, senza dover aderire a modelli di leadership tradizionalmente maschili. Servono opportunità concrete, riconoscimento professionale, continuità e responsabilità condivisa da parte delle istituzioni.

6. Esiste uno sguardo curatoriale femminile? Non come categoria rigida, ma come possibile attenzione diversa verso il corpo, la memoria, la cura, il territorio e le relazioni.

Non credo esista uno sguardo curatoriale femminile unico o naturalmente determinato. Le donne hanno esperienze, formazioni e sensibilità differenti, e trasformarle in una categoria omogenea rischierebbe di produrre un altro stereotipo. Esistono però prospettive maturate anche attraverso esperienze storiche di esclusione, di cura e di negoziazione degli spazi, che possono rendere più attente alle relazioni, ai corpi, alle memorie marginalizzate e ai territori. Per me questa attenzione non è esclusiva delle donne, ma può diventare un metodo curatoriale condiviso: ascoltare prima di interpretare, riconoscere la complessità, costruire relazioni non gerarchiche e interrogare chi ha il diritto di essere rappresentato. Più che cercare un’essenza femminile, mi interessa valorizzare la pluralità degli sguardi e la capacità della curatela di rendere visibili esperienze che la storia dell’arte ha spesso lasciato ai margini.

7. La mostra Sguardi di donna. Icona e musa ha posto al centro figure e sensibilità femminili. Le esposizioni dedicate alle donne possono ancora contribuire a correggere invisibilità storiche? E quale rischio bisogna evitare nel costruire una mostra ‘al femminile’?

Sì, le mostre dedicate alle donne sono ancora necessarie quando nascono da una ricerca solida e contribuiscono a correggere omissioni, rileggere archivi e restituire centralità ad artiste e figure che la storiografia ha ridimensionato o escluso. Sguardi di donna. Icona e musa si è inserita in questa esigenza, ponendo attenzione tanto alle rappresentazioni del femminile quanto alle sensibilità e alle voci delle donne. Il rischio, però, è costruire una categoria separata e indistinta, come se il genere fosse sufficiente a definire un’opera o come se esistesse una sola esperienza femminile. Una mostra “al femminile” non deve essere celebrativa per principio né riprodurre immagini convenzionali della donna. Deve interrogare i dispositivi dello sguardo, le condizioni di produzione, le differenze tra generazioni e contesti, e anche le contraddizioni. L’obiettivo non è creare un recinto, ma modificare in modo duraturo la narrazione complessiva della storia dell’arte.

8. Guardando al futuro, quale rete immagina tra il Molise, l’Italia e il mondo? E quale ruolo possono avere piattaforme bilingui come ANITART nel rendere visibili artisti, curatori e territori al di là dei grandi centri culturali?

Immagino una rete fondata sulla reciprocità, nella quale il Molise non sia soltanto un territorio da promuovere, ma un luogo capace di produrre ricerca, progetti e pensiero culturale. Occorre costruire collaborazioni continuative tra artisti, curatori, musei, associazioni, scuole, università e comunità, collegando le esperienze locali a circuiti nazionali e internazionali. Le piattaforme bilingui come ANITART possono svolgere un ruolo importante perché la lingua è una soglia concreta dell’accessibilità: tradurre contenuti significa ampliare il pubblico e rendere le esperienze confrontabili oltre i confini geografici. Ma la visibilità deve accompagnarsi alla qualità critica, alla cura editoriale e alla capacità di creare relazioni reali. Il digitale può ridurre le distanze dai grandi centri, purché non diventi una semplice vetrina. Vorrei una rete in cui territori e professionisti si riconoscano, condividano strumenti e opportunità e sviluppino progetti comuni, mantenendo la propria specificità senza trasformarla in isolamento.