Palma Aceto

Dall’esperienza in classe al lavoro presso il Punto IAT di Formia, l’artista e curatrice costruisce relazioni tra opere, persone e territorio.

Di Vilma Bieniek

Una mostra comincia dalle scelte che rendono possibile l’incontro con l’arte: quali opere presentare, come accostarle, quale spazio riservare a ciascuna e come invitare il pubblico a percorrerle. Nel percorso di Palma Aceto, queste domande sono nate all’interno della scuola, durante gli anni in cui insegnava Arte e Immagine.

Organizzando esposizioni dei lavori degli alunni, Palma doveva confrontarsi con ambienti che non sempre favorivano la presentazione delle opere. Androni, pareti laterali delle scale e palestre diventavano spazi espositivi. Trovare una soluzione significava riconoscere le caratteristiche di ogni lavoro e dargli visibilità, senza ignorare il luogo in cui sarebbe stato presentato.

È attraverso questa pratica che ha iniziato a comprendere l’allestimento come linguaggio. Come racconta la curatrice:

«La scelta dello spazio, la disposizione delle opere e le relazioni che si instaurano tra i lavori contribuiscono infatti a costruire un racconto e a modificare il modo in cui il pubblico entra in relazione con l’arte.»

Questa scoperta accompagna la sua attività nello Spazio Espositivo del Punto IAT di Formia, che gestisce come presidente dell’Associazione culturale Koiné, nell’ambito di un progetto con il Comune che si rinnova nel tempo.

Che cosa significa curare una mostra

Un riferimento istituzionale aiuta a comprendere l’ampiezza di questo lavoro. Lo standard professionale per la curatela pubblicato da Skills England, organismo del governo britannico, include tra le responsabilità del curatore la ricerca, la comprensione e l’interpretazione di collezioni e temi, per renderli accessibili a pubblici diversi. La costruzione di narrazioni attraverso mostre, eventi e pubblicazioni fa parte di questa attività. La curatela comprende dunque conoscenza, scelte espositive e responsabilità nel rapporto con il pubblico.

Nella pratica di Palma, questa responsabilità emerge dall’attenzione al percorso degli artisti. Prima di selezionare le opere, cerca di comprendere ciò che caratterizza il loro linguaggio, quali elementi ricorrono nella produzione e in quale direzione si sviluppa la ricerca più recente.

Il suo interesse abbraccia artisti che lavorano con continuità e spirito di sperimentazione, ma anche giovani le cui proposte dimostrano originalità. Il calendario espositivo nasce da questo incontro con ricerche che considera autentiche e capaci di suscitare riflessione.

«È importante non fermarsi alla singola opera, ma cercare di cogliere il percorso che quella stessa opera rappresenta.»

La selezione trova la propria continuità nell’allestimento. Luce, dimensioni, punti di vista e percorsi influiscono sull’esperienza del visitatore. Nelle mostre collettive, il compito richiede anche di preservare le differenze: ogni artista ha bisogno di uno spazio nel quale essere riconosciuto, mentre le sue opere partecipano alla costruzione di un insieme.

L’importanza del lavoro di Palma presso il Punto IAT risiede in questa relazione tra programmazione, ascolto e presentazione. La sua attività crea occasioni per far conoscere le ricerche artistiche e perché uno spazio legato alla città diventi anche un luogo di avvicinamento all’arte.

Quando il pubblico entra nell’opera

Un’esperienza raccontata da Palma rende concreto il suo pensiero curatoriale. In Lo stato dell’arte della famiglia umana, la disposizione dell’installazione è stata discussa e progettata insieme ad Andrea Colaianni. Il dialogo tra artista e curatrice mirava a rendere lo spazio parte dell’opera e dell’esperienza del visitatore.

La proposta permetteva di attraversare, abitare e, dove possibile, toccare gli elementi dell’installazione. La tavola, circondata e attraversata da forme, evocava la famiglia e la comunità: un luogo di condivisione, ma anche di differenze, tensioni e possibilità di dialogo.

Durante il vernissage, una performance musicale caratterizzata da suoni ancestrali, metallici e intensi, accompagnata da luci stroboscopiche, ha ampliato questa esperienza. Secondo Palma, il risultato produceva un effetto straniante e modificava continuamente la percezione delle opere e delle persone presenti.

Ciò che l’ha colpita maggiormente, però, è stato osservare i visitatori avvicinarsi, interrogarsi sulla possibilità di toccare gli elementi e condividere le proprie impressioni. L’allestimento aveva creato le condizioni per una conversazione.

«In questa mostra non volevamo soltanto rappresentare una comunità, ma creare le condizioni perché una comunità potesse temporaneamente formarsi intorno all’opera.»

Questo racconto mette in luce la dimensione collaborativa della curatela. La scelta è nata dal dialogo con l’artista e ha acquisito nuovi significati attraverso la presenza del pubblico. Il visitatore è entrato a far parte di una situazione che si trasformava con la sua partecipazione.

Memoria e presente in dialogo

Il rapporto con Formia occupa un posto importante nel lavoro di Palma. Per lei, la memoria locale acquista valore quando permette nuove interpretazioni e nuove domande. Il territorio è un’eredità che continua a essere costruita attraverso lo sguardo di chi lo abita.

Questa apertura orienta anche la sua lettura dell’arte classica e contemporanea. Palma riconosce possibilità di dialogo tra linguaggi ed epoche, a partire da temi e interrogativi dell’esperienza umana. La tradizione può avvicinare il visitatore a una creazione che gli appare distante; la produzione contemporanea, a sua volta, può rinnovare il modo di percepire il passato.

Quando mette in relazione pittura, musica, poesia e teatro, mantiene un’attenzione analoga: ogni linguaggio deve approfondire l’esperienza proposta, rispettando l’equilibrio e la presenza delle opere.

Questa valorizzazione del rapporto con il pubblico trova riscontro nella definizione di museo adottata nel 2022 dal Consiglio Internazionale dei Musei, l’ICOM, che sottolinea la partecipazione delle comunità e le esperienze di educazione, riflessione e condivisione delle conoscenze. Sebbene questa definizione riguardi i musei, offre un riferimento per riflettere sulla funzione sociale degli spazi espositivi.

Il percorso di Palma Aceto permette di riconoscere quanto lavoro esista tra la creazione artistica e il suo incontro con il visitatore. Selezionare, organizzare, illuminare, accostare e ascoltare sono scelte che influiscono su ciò che una mostra può offrire alla città.

Per Palma, il risultato si manifesta quando qualcuno si ferma davanti a un’opera, pone una domanda o comincia a percepire diversamente un luogo che credeva di conoscere:

«Per me una mostra riesce nel suo intento quando non si esaurisce nel momento della visita, ma lascia qualcosa che continua a lavorare nella mente di chi l’ha attraversata.»

Articolo elaborato a partire da un’intervista rilasciata da Palma Aceto ad ANITART.