di Pietro Razzino

Nel tempo sospeso tra gli ultimi bagliori di agosto e i primi respiri umidi di settembre, il paesaggio rurale del Mediterraneo e le comunità della diaspora contadina in Brasile vivono una transizione sottile. L’estate arde degli ultimi calori, la terra si avvia verso il riposo del ciclo agricolo e sui rami nodosi compare il frutto che più di ogni altro incarna la vulnerabilità, la dolcezza estrema e l’esuberanza della carne vegetale: il fico. Nelle campagne del Mezzogiorno d’Italia è il momento dei fichi tardivi e dei “settembrini”, frutti zuccherini che segnano la cerniera simbolica tra la pienezza della luce solare e la penombra dell’imminente autunno.
Il latte dell’albero e il frutto dell’Eden: tra sacralità e tabù
A differenza di altri alberi da frutto della civiltà contadina, il fico è avvolto da un’aura di arcana sacralità che affonda le radici nelle cosmogonie dell’antichità greco-romana e mediorientale. Consacrato a Dioniso per la sua capacità di generare inebriamento e strettamente legato ai culti ctonii della fecondità, il fico è una pianta primordiale e ambivalente.

In esso risalta anzitutto il liquido lattiginoso (sucus): la linfa bianca, denso e umorale che sgorga dal picciolo spezzato e dai rami giovani è stata letta dal pensiero magico-religioso come una sorta di siero primordiale. Un latte vegetale dotato di virtù terapeutiche (usato tradizionalmente per bruciare le porri della pelle), ma anche percepito come sostanza caustica e pericolosa. C’è poi la natura morfologica stessa del frutto: il fico non è botanicamente una bacca, bensì un’infiorescenza racchiusa e rovesciata (siconio). Questa sua architettura segreta, unita alla morbidezza della polpa sanguigna custodita in una buccia sottile, ne ha fatto l’emblema della fertilità, della matrice femminile e della tentazione.
Nel passaggio d’estate, la raccolta richiede una liturgia gestuale rigorosa. Si va nei campi alle prime luci dell’alba, prima che il sole calante d’agosto riscaldi la buccia rendendola troppo molle. Il frutto va staccato tenendo il picciolo intatto per evitare che l’albero “pianga” e per impedire la fuoriuscita del suo liquido protettivo.
Il rito dell’essiccazione: catturare la luce prima delle piogge

Con l’approssimarsi di settembre, la minaccia delle prime piogge autunnali rischia di spaccare e far marcire i frutti ancora appesi ai rami. Nasce così la pratica rituale del fico secco, un’alchimia domestica della conservazione che trasforma un alimento altamente deperibile in riserva energetica e sacrale per i mesi freddi e per i banchetti del solstizio d’inverno:

- La spaccatura e la cura del sole: I fichi vengono incisi e aperti a metà (“a libro”), adagiati su stuoie di canna intrecciata (cannizzi) ed esposti alla morsa del sole di fine agosto per diversi giorni, con la premura tassativa di ritirarli al tramonto prima che la rugiada notturna li contamini.
- L’innesto e la cottura: Una volta disidratati, i fichi vengono accoppiati racchiudendo al centro una mandorla o una noce tostata, una scorza di limone o un seme di finocchietto selvatico, per poi essere infornati e pressati.
- Le architetture della memoria: Infilzati in stecche di legno, intrecciati o stipati in vasi di terracotta con foglie di alloro — erba purificatrice e conservante —, i fichi secchi diventano doni d’ospitalità e moneta di scambio affettiva.
Il ponte con il Brasile: il figo della sierra e la dolceria coloniale

Seguendo le rotte dell’emigrazione verso gli altipiani del Sud del Brasile (da San Paolo al Rio Grande do Sul), il fico mediterraneo ha compiuto la sua traversata atlantica. Negli ambienti subtropicali brasiliani, la pianta ha dovuto adattarsi a ritmi differenti, diventando la protagonista di una ricca tradizione di dolceria artigianale di matrice coloniale:

- Il Doce de figo verde: Se nel Mezzogiorno il rito celebra la maturazione zuccherina, in Brasile si è sviluppata una liturgia culinaria legata al fico ancora verde e acerbo. Inciso alla base, sbianchito per eliminare l’eccesso di latte e poi cotto lentamente in sciroppi di zucchero di canna, il fico verde candito conserva il colore brillante della pianta e la consistenza della polpa.
- L’albero del cortile: Per le famiglie di origine italiana, piantare un albero di fico nel cortile della nuova casa oltreoceano non era soltanto un fatto agrario, ma un gesto di rifondazione del paesaggio domestico e della memoria olfattiva.
Sintesi antropologica
- La cerniera delle stagioni: Il fico che matura tra fine agosto e settembre è il cibo della transizione. Rappresenta l’ultimo dono della luce estiva prima che la terra si volga all’ombra dell’autunno.
- La conservazione dell’essenziale: L’atto di essiccare o candire il fico risponde alla medesima pulsione antropologica della conserva di pomodoro: bloccare la deperibilità della natura per trattenere la vita e la dolcezza contro il rigore del tempo che passa.
- Il doppio valore della linfa: Il latte di fico, elemento ambiguo tra veleno e medicina, incarna la natura ambivalente dei cibi rituali, capaci di nutrire ma anche di richiedere rispetto e perizia nella manipolazione.

Bibliografia essenziale
- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, Libro XV, 18-21.
- Patrizia Resta, Le parole del cibo. Antropologia dell’alimentazione nel Mediterraneo, Carocci, Roma, 2008.
- Luís da Câmara Cascudo, História da Alimentação no Brasil, Companhia Editora Nacional, São Paulo, 1967.

